LOGICA EMERGENZIALE VS PROBLEMI REALI

La metafora bellica

Si continua a soffrire per il Covid, per questo dannato virus che continua a circolare, per questa situazione di follia generalizzata, per le paure, per le restrizioni dei margini di libertà individuali che hanno sconvolto tutti gli equilibri creando uno stato di sospensione permanente del vivere quotidiano.
La discussione attorno al green pass e all’obbligo vaccinale – con dentro le continue disposizioni a dir poco caotiche – continua a soffocare il dibattito pubblico. Non si intende sminuire la gravità dell’epidemia, ovviamente, ma la complessità dei problemi all’interno della società vanno anche ben oltre le questioni pandemiche. Di questo passo, chi non si ammala di Covid finirà per schiattare di fame o di attacchi di panico.
Speriamo che questo brutto periodo finisca più in fretta possibile, prima di restare sommersi dalle macerie.
Il virus è diffuso in ogni angolo del pianeta. Mentre le operazioni di vaccinazione procedono spedite maggiormente nei paesi occidentali, quelli ricchi, si lasciano i paesi poveri al palo, perché le case farmaceutiche continuano a farla da padrone con profitti miliardari e negano l’uso dei brevetti. La globalizzazione è riuscita a disumanizzare tutto in ragione del profitto.
Nella raffigurazione della pandemia è dominante l’espressione metaforica della guerra. Questo significa vivere in una logica emergenziale nella quale tutto diventa accettabile in nome della difesa della nazione davanti al nemico. L’espressione metaforica condiziona poi il comportamento della popolazione.
Seppur situazione emergenziale, e per quanto si presenti robusta l’operazione di massificazione delle coscienze, di certo non è emergenza bellica ma emergenza sanitaria principalmente, poi economica e del mondo del lavoro.
Uscire dalle metafore errate implica il dover affrontare la realtà per quella che è veramente, nella sua molteplicità di problemi a livello planetario, che diventano più marcati, percepibili, avvicinando l’osservazione sull’Italia, sul meridione, sulla Calabria, sul crotonese.

 

L’emergenza sanitaria

Nell’ultimo decennio il sistema sanitario pubblico è stato a dir poco decimato in una logica di contenimento dei costi che ha favorito, al contrario, il settore privato. Tra 2010 e 2019 sono stati chiusi 173 ospedali e 837 ambulatori, il personale sanitario è calato di 42 mila unità su 642.636 (- 6,56%) per il blocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione. La carenza del personale ha avuto ripercussioni principalmente sulla Medicina del territorio e sulla prevenzione.
La pandemia ha fatto esplodere le contraddizioni già presenti nel sistema e l’emergenza non sarebbe stata così devastante se avessimo avuto il numero dei posti letto tagliati negli ospedali dalle riforme: negli anni Ottanta in Italia avevamo più di 500mila posti letto, oggi meno di 200mila.
Il sistema sanitario privato non è stato in nessun modo utile in questa fase critica. Se prendiamo come esempio la Lombardia, considerata un’eccellenza nella sanità ma in gran parte privatizzata, si registra un quinto dei contagiati e un quarto dei morti per Covid su tutta la percentuale nazionale. Numeri pesanti, che fanno riflettere.
Si sono cosparsi il cranio di cenere nei palazzi romani e in quelli dei governatorati regionali, facendo ammenda dell’accaduto e lanciando al cielo proclami sulla risistemazione del sistema sanitario. Parole al vento, come sempre.
E se nel resto d’Italia la situazione si presenta critica, in Calabria lo sfascio della sanità pubblica paga anni di saccheggio organizzato, studiato e messo in pratica da una politica criminale che non ha guardato in faccia nessuno, se non gli amici degli amici.
Roberto Occhiuto, neopresidente della regione Calabria, ben consapevole della grave emergenza dopo undici anni di inutili e dannosi commissariamenti di nomina governativa, ha immediatamente assunto il ruolo di commissario per riformare la sanità calabrese, un settore che vale oltre tre miliardi di euro l’anno.
Occhiuto dovrà mettere mano ai disastri avviati da Giuseppe Scopelliti nel 2010, già presidente della regione Calabria e commissario alla sanità. Infatti, con il preciso mandato di ridurre i costi, il “piano di rientro” presentato da Scopelliti portò alla chiusura di 18 ospedali. Dopo dieci anni gli ospedali si ritrovano ancora chiusi ma sostituiti da dozzine di cliniche private che invece di ripianare i debiti hanno decuplicando di fatto il passivo.
Roberto Occhiuto in quegli anni ha contribuito politicamente, da deputato e da esponente del centrodestra, allo sfascio della sanità pubblica calabrese, sostenendo l’operazione di Scopelliti. Oggi ritroviamo Occhiuto con una filosofia di pensiero totalmente diversa, almeno a parole, il quale rivendica la riapertura degli stessi 18 ospedali chiusi da Scopelliti e lancia strali contro la sanità privata indicandola come la principale causa dello sfascio della sanità pubblica.
Ai proclami, però, bisogna aggiungere i fatti, e in fretta.
Il sistema in Calabria frana rovinosamente, inadempiente nel fornire i Livelli essenziali di assistenza, dopo la chiusura di ospedali, anni di tagli economici, blocco delle assunzioni, e un esercito di calabresi con patologie gravi, come tumori e malattie cardiovascolari, che devono spostarsi nelle regioni del centro-nord per farsi curare. Anche nella gestione del Covid, ormai al suo terzo anno, non sono aumentati i posti di terapia intensiva e semintensiva, non è stato avviato alcun piano occupazionale, e tutte le strutture inutilizzate aspettano di essere riqualificate.
I poliambulatori si ritrovano con il personale al lumicino, con gran parte delle prestazioni specialistiche e di diagnostica cancellate, mentre i medici di medicina generale, i medici di base, non vengono nominati da anni.
Le liste di attesa per l’assistenza di base o specialistica e per i ricoveri ospedalieri hanno tempi biblici; molte, con il pretesto del Covid, le hanno completamente sospese.
In attesa che la politica esca dal comodo letargo, fornisca le risposte, approcci soluzioni, migliaia di cittadini in Calabria rivendicano quotidianamente un diverso sistema sanitario e la riapertura degli ospedali di comunità depotenziati o semi-abbandonati nel corso degli anni. Emblematica la vertenza che si sta portando avanti da oltre un anno a Cariati, con la lotta del comitato cariatese e del movimento Le Lampare. A favore della riapertura dell’ospedale di Cariati si sono alzate anche voci di una certa importanza, come Horacio Duran, musicista cileno e storico leader degli Inti-Illimani, il fotografo Mario Cresci, i registi italiani Federico Greco e Mirko Melchiorre, il sociologo svizzero Jean Ziegler, il regista britannico Ken Loach e Roger Waters, leader dei Pink Floyd.
La vertenza portata avanti dal comitato di Cariati mette insieme l’indignazione, una nuova presa di coscienza contro l’indifferenza e una resistenza civile necessaria per la costruzione di un diverso immaginario.
È lo spirito che serve nei territori calabresi dove non esistono i livelli essenziali di assistenza sanitaria. Come nel caso dell’ospedale di Crotone, uno dei peggiori del meridione, e dove ancora manca la spinta della popolazione nel rivendicare il diritto a una sanità universale, pubblica, gratuita, integrata.
Era quanto pensava anche il buon Gino Strada, medico e fondatore di Emergency, che aiutò l’ospedale di Crotone nel primo periodo dell’emergenza Covid. Nei suoi desideri c’era quello di sbugiardare quanti hanno devastato la sanità pubblica in Calabria e garantire a tutte e tutti il diritto alla salute. Un desiderio fortemente presente nel sentire comune, nelle coscienze e nello spirito critico delle popolazioni interessate.


L’emergenza economica e del lavoro

Il Covid non è soltanto un’emergenza sanitaria ma anche una grave crisi economica e del mercato del lavoro che sta avendo un enorme impatto sulle persone su scala mondiale.
In questi due anni la pandemia ha scavato un solco molto profondo nell’economia mondiale, ma in particolare nel nostro Paese dov’era già presente una situazione fragile e una crisi che durava da oltre un decennio.
Nel mercato del lavoro questa pandemia presenta il conto maggiore, con l’aumento delle disuguaglianze e circa un milione di posti di lavoro perduti tra i giovani, i lavoratori anziani, le lavoratrici e i lavoratori migranti. Certo, una certa narrazione vuole far credere che la metà sono stati già recuperati nell’ultimo anno, ma si tratta pur sempre di lavoro precario, contratti “pirata” con condizioni e salari indecenti, mentre è aumentata notevolmente la quota di chi ha difficoltà a inserirsi e, non per ultimo, il numero sconsiderato di morti sul lavoro.
Dalla politica ci si aspetterebbe un impegno in direzione della protezione della salute, della sicurezza e del sostegno economico sia dal lato della domanda che dell’offerta. In una situazione emergenziale di questo tipo è necessario adottare politiche tempestive per sostenere l’occupazione e il reddito con l’adozione di misure che siano efficaci e socialmente accettabili.
Invece, la politica resta zavorrata nell’emergenza pandemica, lasciando che aumentino a dismisura il disagio, la disgregazione, le disuguaglianze e, forse, il conflitto sociale.
Nel Sud la situazione appare ancor più drammatica e senza un briciolo di prospettive per un cambiamento. Anche nell’ottica dell’attuazione del Pnrr, il Recovery fund, il 40% delle risorse andrà al Sud, oltre 80 miliardi di valore, ma la minore capacità progettuale delle amministrazioni meridionali genera il rischio di un mancato utilizzo delle risorse economiche e, dunque, l’ennesima sottrazione di risorse al Mezzogiorno. Non a caso una certa politica razzista nordica spinge in direzione di un rilancio dell’Autonomia differenziata per violare ancor di più i principi di solidarietà e di equità.
E dire che i problemi nel Sud sono davvero tanti e meriterebbero un’attenzione diversa dai poteri centrali. Nel Sud meno della metà della popolazione di età compresa tra 15 e 64 anni risulta occupata e più di 1 giovane su 3 non studia e non lavora.
Secondo l’ultimo rapporto presentato di recente dalla Svimez sul Mezzogiorno, in 18 anni, dal 2002 al 2020, sono emigrati complessivamente dal Sud un milione di persone, di cui circa il 30% laureati.
Dentro una situazione di forte divario tra le diverse aree del Paese, la Calabria occupa le posizioni peggiori.
I calabresi hanno la peggiore sanità d’Italia; la minore percentuale di posti disponibili nei servizi socio educativi per la prima infanzia nel settore pubblico; la peggiore rete di trasporti per grado di accessibilità autostradale, ferroviaria, aerea; il valore più basso del Pil pro capite, ben al di sotto della media del Mezzogiorno; il massimo peso dell’economia sommersa, illegale e di lavoro irregolare. E chissà con quanti altri indicatori si potrebbe continuare l’elenco.
Tra le province del Mezzogiorno che si collocano nella coda di qualsiasi graduatoria nazionale, quella di Crotone si posiziona ultima in diverse statistiche a iniziare dal tasso di occupazione. Inoltre, mantiene ben stretto il primato dell’ultima posizione nella classifica sulla qualità della vita in Italia.
Negli ultimi trent’anni, con lo smantellamento industriale e del tessuto socio-economico, la provincia di Crotone è il paradigma di una nuova Questione Meridionale, stritolata nelle disomogeneità nazionali ormai non più tollerabili.
Quando in discussione sono i fondamenti della salute, del lavoro, della giustizia sociale, dell’istruzione, della mobilità, per la sopravvivenza di una democrazia diventa centrale nell’agire collettivo la mobilitazione delle forze sociali e popolari. È fondamentale un ritorno nello spazio pubblico, dove lavoratori, precari, disoccupati e cittadini in generale pretendano il diritto di parola e rivendichino i propri diritti, perché in questa strana e assurda contemporaneità nessuno è disposto a concedere alcunché.
La mobilitazione delle popolazioni, pertanto, diventa un passaggio obbligato per una democrazia, come vuole la nostra Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale.
Bisogna pur ripartire dai territori, dal municipalismo, dalla solidarietà, dalle comunità dei luoghi, dalle esperienze dei beni comuni.
Bisogna pur ripartire, forse, dall’insegnamento gramsciano e dal primato della cultura nello sviluppo sociale come priorità educativa e politica: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.
Bisogna pur ripartire, per Crotone, per la Calabria, per il Mezzogiorno e per l’intero Paese.

Pino Fabiano

Tratto da: Cotroneinforma n.144

 

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