Emergenza rifiuti in Calabria: in fondo allo Stivale la spazzatura si paga a peso d’oro

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L’oro calabrese è la spazzatura. Il business dei rifiuti si chiama emergenza. Parte dalla Calabria si mescola con la ‘ndrangheta, semina sprechi e fa vincere le holding imprenditoriali. E non importa se si aprono e chiudono inchieste giudiziarie sulle società di raccolta,  se le discariche sono sature e le opere non terminate.  Non importa se si è speso un miliardo di euro in sedici anni di commissariamento ministeriale (due milioni solo per pagare gli stipendi di dirigenti e segreterie).

Il caso Calabria sarà determinante, già in estate, perché l’Italia subisca sanzioni da parte dell’Unione europea,  per norme, in maniera ambientale non rispettate. In Italia, i rifiuti urbani smaltiti in discarica nel 2012 erano circa 12 milioni di tonnellate, con una riduzione dell’11,7% rispetto al 2011. La Calabria è in controtendenza. Che significa? Che la percentuale di rifiuti seppelliti in discarica è in crescita. I dati sono dell’Ispra e parlano chiaro. Non solo, secondo il decreto Ronchi,  bisognava arrivare al 35% di raccolta differenziata già nel 2006, e invece sulla Punta dello Stivale si è fermi al 14% (Ispra del 2014).

In teoria il commissariamento ministeriale, dovuto all’emergenza, è stato chiuso nell’aprile del 2013. La raccolta, il riciclo, la gestione intera del sistema viene riaffidata dunque alla Regione che si prende un anno di tempo per riorganizzare il ciclo, creare (o meglio provarci) a strutturare gli Ambiti Territoriali con i Comuni (i cosidetti Ato) come prevede una legge nazionale, gli unici titolati a gestire il sistema di smaltimento.

Si comincia intanto, dopo il passaggio di consegne, con l’avviare le gare per riammodernare gli impianti esistenti. E, subito arriva la prima ordinanza “contingibile e urgente”. Si tratta di un atto d’emergenza. Il punto è che vanno utilizzati gli impianti che non hanno l’Autorizzazione Integrata Ambientale (in sigla Aia), che funzionavano per i poteri speciali (che aveva il commissario, nominato dal Ministero) e continuano ad oggi a lavorare, senza neanche uno straccio di manutenzione o ammodernamento e, per di più, senza permessi.

La Calabria però ci prova e, nei mesi, subito dopo la fine del commissariamento,  si ricorre addirittura alla Campania per triturare spazzatura,  si avvia un bando per esportare immondizia all’estero (la gara la prima volta va deserta, poi quando viene aggiudicata s’impantana tra i ricorsi delle società), insomma si fa di tutto per non ampliare le discariche e preparare le gare, anche perché da sedici anni sono sempre gli stessi i gestori degli impianti pubblici cui sono state affidate le strutture dal commissario, in maniera discrezionale.

“In emergenza”, parola magica. Appena finisce il commissariamento la Regione si attiva per i bandi, anche per risparmiare (il costo a tonnellata non dovrebbe essere più 180 euro, ma scendere almeno a 130). Solo che arrivano le elezioni, cambia di colore il governo regionale e muta anche la strategia d’azione. Continuano ad essere gli stessi però gli imprenditori che gestiscono gli impianti pubblici che sono stati loro affidati dal commissario in tempi d’emergenza. Nulla è cambiato. L’ultima ordinanza “contingibile e urgente” è stata firmata qualche settimana fa, durerà fino a novembre.Prevede come sempre l’utilizzo di discariche private, l’uso degli impianti senza Autorizzazione Integrata (Aia) e il ricorso ai privati per smaltire gli scarti.

Il sistema di smaltimento dei rifiuti in Calabria è antico, ma non è mai andato in funzione completamente: le macchine sono quelle del trattamento meccanico biologico (in sigla Tmb) e producono Cdr (combustibile derivato dai rifiuti) che finisce poi nel termovalorizzatore di Gioia Tauro. Gli scarti vengono seppelliti in discarica.

Sono 823mila le tonnellate di rifiuti all’anno che vomita la Calabria, con una produzione giornaliera di circa 2.300 tonnellate, ma l’attuale capacità di trattamento impiantistico è di 1.500 tonnellate al giorno. Per far entrare tutta (o quasi) la spazzatura nei tritovagliatori bisogna aumentare la capacità di  trattamento negli impianti fino al 50%, diminuendo i tempi di maturazione del Fos (frutto di un biocompostaggio che modifica la natura dei rifiuti urbani). Ciò significa che gli scarti aumentano, le discariche si riempiono et voilà diventa fondamentale usare i siti privati.

Ecco, sintetizzato, il succo delle ordinanze urgenti, firmate negli ultimi anni che usano lo stesso metodo utilizzato dal commissario per l’emergenza ambientale, durato sedici anni. Non solo. Se si andasse a regime lo scarto dovrebbe essere minimo, pari al 15%, invece, essendo minori i tempi di maturazione del Fos, lo scarto è pari al 60% di ciò che arriva nella tritovagliatura. Si va avanti insomma, dopo che è finito il commissariamento, di emergenza in emergenza. Intanto si aspetta che si attivi la progettazione di un impianto a nord della Calabria (a Bisignano) già costata due milioni e 650mila euro, atteso da oltre dieci anni, ma sospeso d’incanto negli ultimi mesi. Ad oggi il sistema di smaltimento è basato sul circuito privato (discariche di Celico, Crotone e Pianopoli) mentre la sola discarica pubblica disponibile assorbe solo il 4% della totalità degli scarti di lavorazione. Per capire quanto grande è il business basti pensare che un imprenditore, con un sito dalla capacità di 650 tonnellate annue, ha un incasso di 50 milioni in dodici mesi. Ecco la spazzatura trasformata in oro.

Il nuovo governo regionale ha idee diverse da quello precedente, ma non pare puntare alla teoria di Paul Conett, professore della Lawrence University che cancella inceneritori e discariche e punta tutto alla trasformazione del rifiuto zero.  La tesi invece è portata avanti, con vigore da anni, da associazioni ambientaliste e comitati, tra cui quello della Rete per la difesa del territorio “F. Nisticò” (il nome è di un militante morto nel 2009, per un malore, proprio durante una manifestazione contro la realizzazione del ponte sullo Stretto, a Villa San Giovanni).

La Regione oggi promette innovazione e tecnologia. Firma contratti con il Conai (Consorzio nazionale di imballaggi) per il riuso. Ma dimentica che, se si rispetta la legge, sono gli Ambiti territoriali (Ato) che devono fare le gare, ovvero i Comuni consorziati. Anche per ottenere gli 80 milioni di euro stanziati dal Cipe per il comparto bisogna fare i bandi, “addirittura” internazionali, e aprire la Calabria all’Europa. Difficile impresa.

Le società private appena due giorni fa hanno chiesto al governatore di inserire a pieno titolo (senza ordinanze d’emergenza) i siti privati nel piano dei rifiuti, di avviare le gare di appalto per riammodernare le strutture e ottenere la gestione per almeno sette anni, così da rientrare nelle spese e inoltre vogliono liberalizzare la realizzazione di impianti privati di recupero, anche per la frazione organica <per i volumi necessari al completamento delle necessità regionali>. Insomma che tutto resti in casa.

Il punto è che, se pur, in Calabria, la raccolta differenziata arrivasse a superare il misero e attuale 14 per cento dovrebbe scontrarsi con la mancanza di impianti per il trattamento della frazione organica, ad oggi infatti il 35% è gestito dal sistema pubblico e il 65% dai privati. Insomma gira e rigira il business è di un’oligarchia di imprenditori. E prima che si superi l’emergenza, qualunque sia il metodo scelto per smaltire, servono anni.

Non è finita. La discarica più grande della Calabria è privata ed è nel catanzarese, a Pianopoli, a fine giugno sarà satura, è in itinere la proposta di aumentarne ancora la capacità di 100mila metri cubi.

Intanto a inghiottire spazzatura si prepara (di nuovo) Crotone, dopo una sentenza a suo favore e una diffida del ministero, la Regione ha firmato l’aumento della capacità di abbanco a un privato che gestisce l’impianto. Crotone è stato riconosciuto come un Sin (sito d’interesse nazionale per le bonifiche), ed è la città che ha visto seppellire nelle sue fondamenta non solo l’antica Kroton, ma anche le polveri velenose di un’ex fabbrica, la Pertusola, da qui a poco si prepara a ingoiare altra monnezza. Lo dice la legge.

Per capire come tutto questo grumo di affari e ritardi nuoce non solo ad una delle terre più belle d’Italia va ricordato che, nel dicembre dello scorso anno, durante una seduta della commissione del parlamento europeo, si discusse del caso Calabria e della gestione dei rifiuti, richiamando la Regione Calabria che aveva un piano di gestione risalente al 2007. Senza sapere che qui anche gli impianti pubblici sono senza i permessi di legge e gli ambiti territoriali non sono mai entrati in funzione. Senza sapere che qui, dalla frazione organica alle discariche, è tutta emergenza e deroghe.

Va ricordato che appena sei mesi fa, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia a sanzioni pecuniarie per inadempienza in materia di direttive comunitarie sui rifiuti. I soldi? Tanti. La Corte ha inflitto una penalità di 42,8 milioni di euro per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie. Sono passati già sei mesi non è accaduto nulla. Intanto una valanga di spazzatura quest’estate si prepara a finire sulla Calabria (l’aumento della popolazione porterà al 30% in più di immondizia). Tutto oro che luccica. Si giustifica di nuovo l’emergenza. Le deroghe continuano, le strategie cambiano, il rifiuto trasformato in business è una certezza, come le sanzioni.

Andreana Illiano

Tratto da: robertosaviano.com

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