CETA, no alla ratifica: protesta a Montecitorio con associazioni, sindacati e Regioni

Migliaia di persone hanno manifestato stamattina in piazza Montecitorio per dire no alla ratifica del CETA, l’accordo di commerciale tra Unione Europea e Canada. Il sit in, organizzato da Coldiretti insieme alla campagna Stop TTIP Italia, Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch, ha visto la partecipazione di deputati e senatori di diversi schieramenti: da Articolo 1 a Sinistra Italiana, dal Movimento 5 Stelle a Fratelli d’Italia, Lega Nord, Gruppo Misto, Rifondazione Comunista e anche esponenti del Partito Democratico. Tutti critici verso un trattato che – denunciano le sigle organizzatrici della manifestazione – causerebbe danni sostanziali all’agricoltura italiana, alle produzioni di qualità, ridurrebbe i diritti del lavoro e aprirebbe all’importazione di sostanze chimiche vietate e combustibili inquinanti, minando conquiste sociali e standard ambientali. Il principio di precauzione potrebbe essere messo in secondo piano rispetto alle esigenze del commercio, con possibili ripercussioni sulla sicurezza alimentare e la salute dei cittadini. Preoccupazioni anche per i servizi pubblici, che il CETA non proteggerebbe a dovere, così come per il temuto tribunale speciale per gli investimenti, grazie al quale le grandi imprese estere potrebbero chiedere compensazioni virtualmente illimitate agli stati che approvassero regolamentazioni lesive dei loro investimenti.

“La fretta che governo e maggioranza stanno imprimendo al percorso di approvazione del CETA è immotivata – dichiara Monica di Sisto, portavoce della campagna Stop TTIP Italia – Il trattato contiene delle imprecisioni tecniche che ne stanno influenzando i tempi di implementazione. Per questo prima del 2018 né l’Italia né altri paesi europei potranno utilizzarlo per le loro esportazioni. Perché non prendersi questo tempo per riaprire una discussione seria in Europa sul commercio che davvero può portare benefici a produttori e consumatori? I potenziali impatti di un simile trattato, che apre le porte alle imprese statunitensi sebbene il TTIP sia stato congelato, vanno approfonditi e le stime di impatto calcolate seriamente. Per questo chiediamo con forza che si sospenda il processo di ratifica e si riapra una consultazione nazionale e a livello europeo che è mancata in questi anni per la scarsa trasparenza dei negoziati”.

La richiesta di fermare la ratifica dell’accordo UE-Canada, prevista per il 25-27 luglio, viene anche da numerose Regioni, che in questi giorni si sono schierate con delibere di dissenso nei confronti del CETA. Sul palco della manifestazione odierna hanno annunciato il loro “no” il presidente del Veneto, Luca Zaia e l’assessore all’agricoltura del Piemonte, Giorgio Ferrero. Allineate anche la Puglia, la Liguria, la Lombardia e il Lazio, che con un tweet del presidente Zingaretti ha annunciato ieri la sua opposizione al CETA. Un fronte che si allarga in queste ore, con la richiesta alla politica di approfondire la questione in Parlamento prima di assumere “una decisione di ratifica che porterebbe ad un’indiscriminata liberalizzazione e deregolamentazione degli scambi con una vera e propria svendita del Made in Italy”.

Tratto da: stop-ttip-italia.net

 

Approfondimenti

di Monica Di Sisto

Questo silenzio urla quando, come in questi giorni, come campagna Stop Ttip Italia, insieme a un’ampia coalizione che va da Coldiretti a Cgil, dall’Arci a Acli terra, da Greenpeace a Legambiente alle principali associazioni dei consumatori, ci stiamo battendo con un Libro bianco comune e a colpi di dossier con cifre e fatti, contro la ratifica affrettata da parte del Parlamento italiano del trattato Ceta di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada Se la sinistra nel nostro paese è pronta a battersi, scomunicarsi e frazionarsi fino all’ultimo dei suoi atomi su tutte le condizioni, interne e esterne, che la portano a istituirsi, da molti anni è considerata indiscutibile da molti opinion leader l’arena in cui ci si gioca l’assetto produttivo e industriale del paese.

È come se la direzione in cui ci sta portando l’Europa  schiacciamento sull’export senza alcuna attenzione per la densità produttiva, manifatturiera e industriale, del paese, figuriamoci per l’occupazione o per l’ambiente  sia non negoziabile o trascurabile.

E ieri  (27/06/2017 n.d.r.) la commissione Affari esteri del Senato, mentre noi eravamo in piazza del Pantheon a chiedere ai senatori di fermare la ratifica del trattato e riaprire in Europa una discussione più intelligente sulla struttura e la funzione del commercio al servizio delle comunità, dei diritti e dell’ambiente, una maggioranza Pd-Forza Italia-Ap-Autonomie batte Si, M5s e Lega, con Mdp assente e ufficialmente silente, stava consegnando il trattato all’Aula.

Poco importa se il 5 luglio un ancor più ampio cartello di realtà associative, produttive e sindacali manifesterà di nuovo e con più forza a Montecitorio, perché ritiene questo gesto irresponsabile. Se a Bari c’è ferma una nave cargo con tonnellate di grano canadese con problemi sanitari gravi, ultimo caso su decine di altri. Se questo grano cattivo deprime il prezzo nazionale e mette in ginocchio centinaia di aziende a Sud. Se in Canada siano perfettamente legali 99 principi attivi, tra i quali glifosate e paraquat, che l’Italia ha messo fuorilegge vent’anni fa dopo morti bianche di braccianti.

Poco importa che la Tuft University statunitense abbia valutato che oltre 30mila posti di lavoro siano a rischio con l’entrata in vigore del Ceta, e ci sia un evidente problema di dumping salariale in molti settori manifatturieri e industriali. Non si discute che i presunti benefici per pochi settori produttivi – grandi gruppi agroalimentari, la moda che di italiano ci mette solo il marchio, l’energia  li pagheremo con un indebolimento dei nostri principi costituzionali. Anzi: c’è chi rivendica di essere liberista nell’economia e «socialista» nel sociale, come se questo fosse in concreto possibile, e se le disuguaglianze irreparabili nel nostro paese non dipendano anche dall’allegria con cui si sono aperti a una competizione irrealistica interi settori, aumentando il numero di aziende che chiudono, il deficit commerciale, oltre che la conflittualità sociale e la disoccupazione.

106 parlamentari francesi socialisti, di sinistra e verdi, hanno presentato un ricorso alla Cortecostituzionale denunciando che il Ceta colpisce i pilastri della loro democrazia primo tra i quali le «Condizioni di base di esercizio della sovranità nazionale», visto che i governi dei Paesi membri non sono solo impegnati a limitare la portata della propria libertà legislativa così da facilitare l’accesso al proprio mercato a «investitori canadesi», ma anche di associare strettamente il Canada e le sue imprese nel processo di sviluppo delle norme nazionali. Denunciano anche che il «Principio di indipendenza e l’imparzialità dei giudici», a fronte dell’istituzione di una Corte internazionale per gli investimenti (ICS) venga danneggiata visto che si mette in piedi un sistema di regolazione delle controversie aperto agli «investitori dellaltra Parte», in un tribunale arbitrale composto da 15 membri nominati dal Comitato misto che gestisce l’applicazione Ceta, è nominato da Commissione Ue e governo canadese e quindi di necessità a rischio di cooptazione e influenze esterne. Anche il partito socialista spagnolo ha annunciato che ritirerà il suo appoggio alla ratifica del trattato. Ma il Pd e chi lo vuole compiacere non ascolta, non ragiona, e quando non fa comodo dell’Europa fa anche a meno.

La cosa più suggestiva è che si indica nel premier canadese un paladino dell’Accordo di Parigi sul clima, in chiave anti-Trump: peccato che il Canada, mancherà sia il proprio impegno di riduzione delle emissioni per il 2020 sia l’obiettivo al 2030; spende 3,3 miliardi di dollari l’anno in sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose. Per di più le Nazioni unite hanno svolto un’ispezione nelle aree di estrazione e minerarie canadesi nelle scorse settimane e hanno richiamato lo Stato «che esorta le autorità canadesi e il settore delle imprese a rafforzare i loro sforzi per prevenire e affrontare gli impatti negativi sui diritti umani delle attività produttive in patria e all’estero». La delegazione ha inoltre sottolineato «l’importanza di proteggere i difensori dei diritti umani e gli ambientalisti dalle aggressioni e dalla violenza e la necessità per il governo di rafforzare l’accesso agli strumenti legali di ricorso per le vittime di abusi di diritto» visto che ben 30 persone sono morte in questi contesti denunciando pratiche delle imprese canadesi in patria e fuori. Sinistra italiana, qualche voce sparsa di Articolo 1, ammutolita dall’assenza al voto in commissione, fuori dall’emiciclo Rifondazione e Altraeuropa, sono i pezzi della sinistra istituita, insieme a M5s e alle destre , che hanno preso la parte del buon senso.

Il Ceta, il Ttip, ma più in generale l’impatto e il cambiamento di queste agende distruttive sono, per tante e tanti invece, il cuore e il senso delle relazioni con la politica nelle istituzioni. Si può non essere d’accordo nel merito, e discutere fino allo sfinimento. Ma il silenzio no, non se lo possono più permettere.

da: il Manifesto 28.06.2017

Tratto da: italia.attac.org

 

Rispondi