RIFLESSIONI SUL REDDITO DI CITTADINANZA E QUELLO UNIVERSALE

In Italia il reddito di cittadinanza è stato varato con Decreto Legge 4/2019. Si tratta di una misura di welfare, un sostegno economico presente da diversi decenni nella gran parte dei paesi europei, utile a garantire un reddito minimo ai cittadini.
In Italia il reddito di cittadinanza è apparso immediatamente con non poche contraddizioni, perché ha messo insieme il sostegno economico ai cittadini bisognosi con una politica attiva del lavoro. I cosiddetti navigator non hanno avuto nessuna operatività/utilità e nemmeno il sospirato potenziamento dei centri per l’impiego si è concretizzato. In questo modo soltanto il 2 per cento dei beneficiari del reddito di cittadinanza ha ottenuto un lavoro. Un vero fallimento politico.
Anche per queste ragioni, una buona parte delle forze politiche presenti in Parlamento, iniziando dalla Lega e, ovviamente, la Confindustria vorrebbero abolire il reddito di cittadinanza.
Anche buona parte della stampa non perde occasione per attaccare questo strumento, andando a cercare quanti lo percepiscono e lavorano in nero per arrotondare, oppure spacciatori di droga, terroristi, ladri e mafiosi. Si mette tutto dentro un unico calderone per creare sufficiente indignazione e rafforzare lo scollamento verso tale strumento.
Fino a questo momento il reddito di cittadinanza è costato circa 8 miliardi di euro e ne usufruiscono poco più di un milione di famiglie con un importo medio poco superiore alle 500 euro.
Non è difficile comprendere che tutto quel denaro avrebbe fatto comodo agli associati di Confindustria in cambio di fantomatici aumenti dell’occupazione. Se non fosse che negli ultimi decenni hanno ricevuto montagne di soldi per creare soltanto un esercito di precari, come mai nel passato.
A leggere meglio i numeri sul reddito di cittadinanza ci si accorge che la gran parte del denaro è drenato nel Mezzogiorno, dove risiede un terzo della popolazione italiana e percepiscono il reddito sei famiglie su dieci.
E forse questo fa rosicare quella parte della politica e dell’economia che vede nella popolazione meridionale la palla al piede del Paese, i terroni che potrebbero continuare a vivere nell’indigenza senza rompere troppo le scatole.
Invece non è così, non dev’essere così.
Tecnicamente, secondo l’ultimo Report della Corte dei Conti, il reddito di cittadinanza nel Mezzogiorno rappresenta una misura importante di ridistribuzione nazionale, necessaria per contrastare le diseguaglianze territoriali, per ridurre significativamente la povertà assoluta, anche se non si eliminano le condizioni di povertà relativa.
Dunque, un minimo di welfare, un sostegno economico per una minoranza di popolazione che ne ha realmente bisogno.
Sorprende che una parte della politica, degli intellettuali, di una certa sinistra non si esprima in difesa di questo strumento, dopo che per anni ha rappresentato una battaglia per una conquista sociale.
In questa disattenzione intellettuale e politica, con l’ostruzionismo dei “padroni del vapore” e il gioco sporco dell’informazione mainstream, il reddito di cittadinanza, così com’è strutturato, non avrà vita lunga, perché non è possibile spalmare denaro a pioggia in forme di assistenzialismo come ai tempi della Prima Repubblica.
Eppure bisogna difenderlo a denti stretti perché garantisce un reddito minimo indispensabile per una parte della popolazione, una parte debole, diversamente ridotta a raschiare il fondo del barile. Però in questo modo, com’è strutturato, non va bene. Devono prenderne consapevolezza tutti, dai percettori del reddito agli amministratori comunali ai governatori di regioni, nell’importanza di mantenere questo strumento di welfare e rivendicando il miglioramento della legge.
Alla luce del fallimento dei navigator e dei centri per l’impiego, occorre ristrutturare l’impalcatura della legge per restituirne una dignità, in modo da scongiurare qualsiasi ostruzione nel rifinanziamento.

Innanzitutto va aumentata la soglia legale entro la quale si possa percepire, lavorando, un reddito aggiuntivo (500 euro non bastano a una famiglia per una vita dignitosa) senza perdere il reddito di cittadinanza, perché altrimenti si continua a favorire il lavoro in nero.
E poi nessuno deve stare a zonzo, percependo i soldi per starsene a casa sul divano. I lavoratori che usufruiscono del sussidio devono fornire ai comuni la disponibilità ad essere utilizzati in lavori utili alla collettività.
Qui è il ruolo dei comuni. Ormai dall’inizio dell’anno, per i beneficiari del sussidio è fatto obbligo di svolgere i cosiddetti Puc, progetti di pubblica utilità nel comune di residenza, ovvero un impegno per un minimo di 8 ore fino ad un massimo di 16 ore settimanali.
Mentre alcuni comuni virtuosi si sono già ampiamente mossi elaborando progetti e procedendo alla selezione dei lavoratori, molti altri sonnecchiano.
Eppure c’è un gran bisogno di lavori socialmente utili in ogni comune, dagli uffici tecnici agli amministrativi, alla manutenzione del verde, alle attività ludiche e culturali, all’assistenza ad anziani o disabili e altre attività.
Ogni comune è tenuto a predisporre il proprio Puc partendo dai bisogni e dalle esigenze della comunità, predisponendo progetti utili all’inclusione dei lavoratori selezionati in base alle attitudini, competenze e predisposizione fisica.

Insomma, ognuno faccia la sua parte per mantenere e valorizzare questo strumento di welfare, per smantellare la maschera dell’assistenzialismo e restituire dignità per quanti – in fondo in fondo – rappresentano delle risorse umane preziose nell’organizzazione di una macchina amministrativa e, di converso, per un’intera collettività.

Il reddito di cittadinanza, in realtà, è una frazione aggiuntiva del welfare e degli ammortizzatori sociali tirati dentro in questa fase pandemica del Covid-19. Le nuove politiche emergenziali hanno portato il «reddito di emergenza», «bonus» e «ristori» e chissà cos’altro ancora per dare un minimo di risarcimenti e compensazioni a famiglie o aziende.
Tanti restano fuori da tutto, improvvisamente diventati “invisibili” a causa delle limitazioni e dei paletti che tali strumenti impongono.
Sarebbe opportuna una riforma radicale dell’intero pacchetto delle politiche sociali e del lavoro, un riordino, una omogeneizzazione degli interventi a favore di un reddito dall’estensione universale.
Lungo questa direttrice c’è un fermento di società civile in Italia che si mobilita, rivendicando misure economiche, un reddito universale e una patrimoniale per i redditi dei più fortunati, utile a finanziare l’operazione.
Certo, perché i soldi da quelle parti ci sono, e in abbondanza. I 35 miliardari italiani presenti nella Forbes Billionaires 2019 hanno un patrimonio combinato di 139 miliardi di dollari.
Non un esproprio, ma un patto, un contratto sociale, per sovvertire l’ordine consolidato e guardare alla dignità individuale, alla giustizia e all’uguaglianza sociale, per ricostruire la fiducia e la speranza nel futuro per l’intera collettività.

Pino Fabiano

Tratto da: Cotroneinforma n.141

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