I “Brigantes”. Popolazione britannica a Cotronei

Il rinvenimento di un Dolmen (monumento sepolcrale) nel lago Ampollino mi ha richiamato alla mente il toponimo “I Briganti” di Cotronei. I Briganti – in latino Brigantes, dal celtico brig [1] (monte) – erano la più importante delle antiche popolazioni del centro della Britannia [2]. Ebbero come capitale Ebucarum (oggi York) e come regina Cartimandua, alleata di Roma. Dopo aver divorziato dal marito Venuzio, la regina sposò lo scudiero di quest’ultimo, elevandolo al rango di re. Allora Venuzio, offeso, prese le armi contro Cartimandua. Le truppe romane intervennero in sua difesa e Venuzio fu sconfitto (52-57 d.C.), ma nel 69 d.C. tentò un nuovo attacco. I Romani intervennero nuovamente, riuscendo a portare in salvo la regina, ma non riuscirono a fermare Venuzio, che si impossessò del trono [3].
Deve essere stato in questa circostanza che i Romani, dopo aver salvato la regina, misero in salvo la popolazione, fedele alla regina, dalla vendetta e dalle ritorsioni di Venuzio. I romani erano implacabili e vendicativi con i nemici, ma leali e generosi con gli alleati, che difendevano in caso di bisogno e di aiuto. Secondo la mia ipotesi, è plausibile che siano stati trasferiti in Italia, dove i Romani assegnarono loro la località “I Briganti” di Cotronei, nei pressi della sorgente di acqua “Rigola”, vocabolo che deriva dal verbo latino rigo (rigo, -as, -avi, -atum, -are) – che significa derivare per canale un liquido – e da riguus, rigua, riguum, aggettivo che significa “irriguo”, se riferito a un corso d’acqua, o “irrigato”, se riferito a un terreno. Questo toponimo e molti altri suggeriscono che il territorio di Cotronei sia stato molto frequentato dai Romani. Sulla base di queste considerazioni, ipotizzo che “I Briganti” (località di Trepidò) sia stata fondata e popolata da rifugiati ed esuli britannici.
Di seguito, descrivo alcuni indizi che sembrerebbero corroborare questa mia congettura e confortare la mia ipotesi.
Il primo consiste nel rinvenimento di un deposito di antiche armi in Sila [4]. Sul come sia avvenuto questo rinvenimento, Santo Tiné – noto storico e archeologo italiano, a cui i pezzi furono dati in visione per classificarli – esprime qualche dubbio e perplessità, essendo le informazioni a lui fornite molto incerte, lacunose, vaghe. Esponendo i fatti, Tiné segnala che nel 1952 furono consegnati al marchese Arduino Lucifero due pezzi (un’ascia e una daga) dal signor Michele Belcastro, che affermava averli scoperti in un territorio di sua proprietà, vicino alla riva del lago Ampollino, oggi coperto dalle acque. Nel febbraio del 1963, un suo nipote, Luciano Belcastro, consegnò altri 7 pezzi (sei daghe ed un’ascia) sostenendo che erano state rinvenute nella località “Timparella del Ladro” (nota come ‘u Timparieddu dei latri, toponimo molto significativo). Tiné avrebbe voluto visitare il sito e praticarvi eventuali saggi di scavo per meglio accertare la natura del ritrovamento, ovvero se si trattasse di un ripostiglio isolato, o all’interno dell’area di un villaggio o un luogo sacro, o se invece fosse il corredo di una tomba. Ma non si fece alcun sopralluogo, sia perché il terreno indicato nel 1952 era coperto dalle acque del lago sia perché l’indicazione della “Timparella del Ladro” era molto vaga e non fu possibile individuare con precisione il punto del ritrovamento. Inoltre, all’esperto non fu fornita alcuna informazione riguardante le modalità del ritrovamento, ovvero se le armi fossero state ritrovate interrate direttamente nel suolo o se si trovassero in qualche contenitore. Tuttavia, data l’importanza del ritrovamento e dato che la tipologia degli oggetti ne indicava chiaramente l’appartenenza a un gruppo unitario, Santo Tiné li osservò e li analizzò, mettendo in evidenza alcuni dati caratteristici del complesso dei bronzi, accompagnati da una esauriente illustrazione grafica e fotografica dei singoli oggetti e da una completa e dettagliata descrizione di ciascun pezzo. Concludendo, Tiné sottolineò l’interesse del ritrovamento dato che sono pochissimi i confronti riscontrabili nel suolo italiano, specialmente per quanto riguarda il tipo delle daghe. Sono in realtà limitati anche i ritrovamenti di asce di questa tipologia. Tiné osservò pure che queste armi non possono che essere arrivate in Calabria attraverso la penisola italiana direttamente dal centro Europa, dove questa foggia di armamento è particolarmente diffusa durante la prima metà del secondo millennio a.C.
Si potrà avere qualche informazione più circostanziata se si riuscirà a recuperare ed ispezionare il Dolmen, sommerso nelle acque del lago Ampollino, che ho fotografato nel 1976 quando il lago era prosciugato per la pulizia del fondo e per il controllo e manutenzione della diga.


Osservazioni e conclusioni
La collezione delle armi non può essere appartenuta a un semplice cittadino ma a una persona di alto rango, forse a un re. Anche il Dolmen – monumento sepolcrale dell’età preistorica formato da pietre infisse verticalmente nel suolo, sormontate da un grande lastrone orizzontale non squadrato e rozzo [5] – è una tomba riservata a re o nobili.
Dopo quanto ho esposto, esprimo la mia opinione. Per me sorge spontaneo e naturale accostare le armi al marito della regina, scudiero del re Venuzio. È un’ipotesi che si può accettare se si prova che armi dello stesso tipo siano state presenti a York o in Britannia, allora alleata ovvero occupata dai romani.
Per quanto riguarda il Dolmen, essendo questo una tomba privilegiata, si può ipotizzare che abbia accolto e protetto il corpo della regina.
Si potrebbe verificare l’esattezza di queste congetture se si potesse ispezionare ed analizzare il Dolmen a cui mi riferisco. Questa operazione non è impossibile, perché ci sono periodi in cui il livello dell’acqua del lago Ampollino si abbassa per una maggiore produzione di energia elettrica. Basterebbe contattare i dirigenti nazionali responsabili dell’Enel, ai quali si potrebbe sottoporre la questione. 

Post scriptum
I ruderi (ponti romani e Dolmen) si trovano approssimativamente a circa 35-40 m dalla riva del lago Ampollino che costeggia la strada statale, precisamente procedendo dalla foce della Rigola verso Cotronei, nel primo tratto del percorso.
Un’altra zona interessante che meriterebbe uno studio più approfondito è Trepidò Antica. Quest’ultima non è da confondere con la più nota e conosciuta località denominata Trepidò, Sottano e Soprano. Trepidò Antica è ubicata e si è sviluppata nei pressi di ‘tre colline’ vicine: questo è infatti il significato del toponimo traslitterato nella lingua greca. Ci si arriva percorrendo l’antica via della transumanza, a partire dal serbatoio d’acqua, fuori dall’abitato del paese. Percorrendola, dopo circa un’ora, si intravedono le tre colline. Continuando ancora, dopo un quarto d’ora, si giunge all’u mparu della trisca (pianoro) – il cui nome traslato significa culto divino, cerimonia religiosa, quindi suolo religioso – adiacente al Timpone del Gigante. È possibile che il sito sia stato agorà della Trepidò Antica; nei suoi pressi ho anche intravisto una labile traccia di un tholos. Ciò che affermo è giustificato dalla scoperta di vasi greci da parte di tombaroli; una descrizione dettagliata del suo ritrovamento con relativa analisi dei pezzi è fornita da Claudio Sabbione in un estratto degli atti del XVI Convegno di Taranto del 1976.

Cotronei, 6 settembre 2021   

Bruno Amoroso

Note
[1] Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Brigante
[2] Per maggiori informazioni, si consulti il dizionario enciclopedico Italiano Treccani.
[3] Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Briganti_(popolo)
[4] Le armi sono esposte al Museo Nazionale di Reggio Calabria. Per maggiori informazioni, si veda: Tiné, Santo. “Ripostiglio di armi da Cotronei (Catanzaro)”. Bullettino di paletnologia italiana, n. 14, vol. 71-72 (1962- 63), pp. 227-233.
[5] Si veda il Grande Dizionario Illustrato della Lingua Italiana Gabrielli.

 

Tratto da: Cotroneinforma n.144

 

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